L’eredità del padre: quando il padre è “assente”

Cecchi Walter, pittore italiano xx secolo- padre con figlio

Ciò che il padre ha taciuto, prende parola nel figlio;

e spesso ho trovato che il figlio altro non era, se non il segreto denudato del padre. (Friedrich Nietzsche)

Quando il padre è “assente”, secondo la letteratura, lascia una eredità problematica fatta di disturbi del linguaggio, problemi scolastici, irrequietezza, ansia, disturbi relazionali, depressione infantile,…

fino a parlare di veri e propri comportamenti devianti: bullismo, problemi di droga e violenza.

Anche se presente fisicamente, un padre assente a livello emotivo limita lo sviluppo dell’autonomia, della sicurezza e fiducia in sé e negli altri.

L’esperienza di contatto con il padre è nutritiva tanto quanto quella con la madre ed il non viverla in modo appropriato può creare difficoltà nell’ abbandonarsi poi ad un rapporto intenso e profondo con l’altro

oppure per contrasto può portare a cercare ossessivamente, per tutta la vita, figure a cui potersi affidare rischiando di incorrere in esperienze dolorose.

Ma non è solo il padre assente a lasciare un’eredità di sofferenza al figlio:

Una ricerca condotto da Ramchandani e altri (2005), svolta su un campione di 8.431 neo-papà, ha dimostrato che la depressione paterna, nel periodo postnatale, è spesso associata a disturbi emotivi e comportamentali

che si manifestano nel bambino intorno ai tre anni e mezzo di vita (con particolare evidenza di disturbi nella condotta dei figli maschi).

Paulson, Dauber e Leiferman (2006), hanno individuato che tale sintomatologia era correlata a pratiche d’interazione e accudimento più scadenti della norma.

Si può quindi affermare che un prolungato stato di depressione del padre influenza negativamente la crescita del bambino e che è necessario affrontare per tempo questi sintomi

in quanto i primi mesi di vita sono fondamentali per lo sviluppo del bimbo.

C’era una volta il padre padrone.

Per secoli infatti la figura del padre è stata più simile a quella di un padrone, ma dagli anni ’60 in poi le cose sono cambiate e negli anni ’70 si arrivò a parlare di padre materno.

  Secondo i più recenti dati ISTAT nove padri su dieci sanno cambiare il pannolino e diciotto su cento lo fanno regolarmente;

molti inoltre sono i padri che si cimentano con il bagnetto e la preparazione della pappa:

tutte operazioni che fino a una o due generazioni fa erano svolte esclusivamente dalle donne.

I padri di ultima generazione sono teneri, rassicuranti, manifestano i loro sentimenti ed emozioni verso la nascita del figlio con grande naturalezza senza preoccuparsi di apparire poco maschili

e sono capaci di assolvere tutte le funzioni del maternage, cosa impensabile e vissuta come imbarazzante in passato,…tutto questo è cosa buona e giusta ma c’è un però.

Una cosa è essere padre di un neonato, altra cosa è essere padre di un adolescente/adulto;

e se è vero che oggi i padri sanno molto su come si fa ad essere padre di un bambino piccolo, è altrettanto vero che sanno molto meno di come si fa ad essere padre di un figlio grande.

Paradossalmente questa convergenza nell’area materna pur essendo utilissima nel bambino piccolo, non lo è più nel grande.

A quel punto infatti è necessario che i pardi recuperino il loro ruolo, la loro funzione specificamente paterna.

Il padre deve riprendere il suo ruolo di punto di riferimento, di autorevolezza

con regole (poche) e obiettivi (condivisi), affrontando anche, se necessario, i conflitti che si innescano nel porre limiti e doveri.

Pare che attualmente la crisi di autorità d’immagine e identità paterna stia proprio in questo.

L’illustre pediatra prof. Bernardi ha espresso la sua profonda preoccupazione di fronte al diffondersi dei “mammi”.

Egli afferma che i bambini per crescere hanno bisogno di un modello femminile e di uno maschile e non di uno femminile e dell’imitazione più o meno scadente del medesimo.

“Con sgomento assistiamo al passaggio, quasi senza soluzione di continuità, dal padre padrone al “padre che non c’è”” (S. Argenteri, 2005).

Questa rischia di essere la nuova eredità del padre.

Marilena De Micco

Mi chiamo Marilena De Micco, ho conseguito la laurea in Psicologia clinica e di comunità nel 2002 presso l’Università “Sapienza” di Roma; nel 2010 la specializzazione in Psicoterapia presso la Scuola Europea di Formazione in Psicoterapia Funzionale di Napoli e nello stesso periodo mi sono formata nei trattamenti antistress. Ho voluto coltivare anche la passione per l’insegnamento che già era nata alle superiori, dove ho preso il diploma Magistrale, infatti parallelamente alla professione di psicoterapeuta si è sviluppata anche quella di formatrice presso scuole pubbliche e private, sia in qualità di docente esperto esterno che di tutor interno su diversi temi di interesse psicologico. Già in giovanissima età avevo deciso cosa avrei fatto da grande e con impegno e perseveranza posso dire di essere tra i fortunati che fanno esattamente quello che volevano fare e che coincide con una passione. Sono moglie e madre di due adolescenti e come molte donne mi organizzo per trovare un equilibrio tra vita privata e vita professionale. Divido il mio tempo tra aule e studio privato, famiglia, amici e corsi di vario genere per continuare a curare anche la mia stessa formazione. Curo questo sito web da quasi due anni promuovendo la mia professione e condividendo articoli di interesse psicologico e formativo, nonchè contenuti gratuiti. Mi auguro tu possa trovare in questo sito l’aiuto che cerchi o le informazioni di cui hai bisogno, e se desideri lasciare un commento agli articoli che hai trovato interessanti sarò ben lieta di risponderti!

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