Il gioco in terapia
il gioco in terapia
il gioco in terapia

come può aiutare i nostri bambini il gioco in terapia

 

Come può aiutare i nostri bambini il gioco in terapia?

Quando diciamo la parola gioco, ci vengono in mente associazioni con gioia, vitalità, divertimento, movimento, eccitazione, fantasia, condivisione, cooperazione, ricordi, scoperta, emozioni….

 Il gioco durante l’infanzia è molto importante, anzi l’esperienza del giocare è importante durante tutto l’arco della vita, certamente con modalità diverse in alcuni casi, ma pur sempre importante.

 Pochi giorni fa , il 28 maggio, c’è stata la giornata del gioco.


L’idea della Giornata mondiale del gioco fu proposta inizialmente da Freda Kim in qualità di presidente dell’ITLA (Associazione internazionale delle ludoteche) con la conseguente approvazione da parte del comitato, a Seoul nel 1998.

Le Nazioni Unite hanno accettato la proposta e fissato la giornata mondiale del gioco nella data del 28 maggio.

Da allora le varie associazioni nazionali delle ludoteche, coadiuvate anche da altri organismi, hanno avviato la diffusione della pratica.

Dal 1998 ad oggi, con  la diffusione dei videogiochi e della realtà virtuale, i giochi dei nostri figli sono molto cambiati ed alcune esperienze di base fondamentali risultano essere penalizzate come il contatto, il sentirsi o la condivisione.

Per bilanciare tali carenze l’intervento con i bambini in età scolare è importante.

Per la maggior parte dei modelli clinici si interviene sui bambini in maniera diversa in base alla fascia d’età;

a grandi linee possiamo dire che per  la fascia d’età sotto i 5 anni (quindi la prima infanzia e la scuola materna) l’intervento avviene principalmente attraverso il genitore.

 Infatti i bambini così piccoli sono ancora completamente immersi nelle esperienze utili al loro sviluppo attraverso la relazione con i genitori, in questo caso si tratta di un sostegno alla genitorialità.

Un orientamento che si fa a questi ultimi attraverso indicazioni e consigli precisi e mirati.

La seconda fascia d’età è quella compresa tra i 6 e i 12 anni, è una fascia di età intermedia in cui l’intervento diretto sul bambino e quello indiretto sui genitori è contemporaneo.

Quindi, attraverso tecniche e strumenti di tipo ludico, si vanno a riequilibrare le esperienze di base del bambino

e attraverso incontri e colloqui con i genitori si vanno a migliorare alcune altre esperienze.

 Non c’è dubbio che la collaborazione con i genitori rafforza i risultati.

La terza fascia d’età è quella dopo i 12 anni in cui la terapia con il bambino è molto simile a quella con l’adolescente.

C’è alleanza terapeutica completa tra psicologo e bambino e gli incontri con i genitori saranno periodici per informarli, rassicurarli sull’andamento della terapia, ecc

 Incontri che ovviamente il bambino accetta e dei quali viene preventivamente avvisato.

Come accennato sopra, nell’attuale realtà culturale ci possono essere delle esperienze di base che vengono penalizzate rispetto ad altre,

ad esempio la forza calma, il sentirsi,  la tenerezza,  il lasciare e lo stare sono esperienze poco fornite ai bambini che vivono nella società occidentale attuale.

L’ambiente familiare dovrebbe essere “sufficientemente buono” per compensare questi effetti ma non sempre così,

anche perché non sempre l’ambiente riconosce le problematiche che ci sono nella società, le problematiche culturali di cui stiamo parlando.

Il fatto che i piccoli pazienti sono ancora nel percorso evolutivo fa sì che la terapia con loro

sia un percorso parallelo o meglio integrativo del percorso di crescita già in atto e questo presenta dei vantaggi dal punto di vista operativo.

 Innanzitutto è possibile lavorare su più problematiche contemporaneamente e in secondo luogo i cambiamenti saranno più veloci, più evidenti grazie alla maggiore mobilità del sè del bambino.

 Naturalmente la terapia  sarà ludica, giocosa e  piacevole per il bambino che non ha responsabilità nella terapia.

 Giocando il bambino può realmente con tutto se stesso attraversare positivamente quelle esperienze di base che sono in qualche modo insufficienti o poco piene.

Va da sé che ci saranno nel setting diversi giochi e giocattoli.

Quali possono essere i motivi per cui un bambino deve fare un percorso terapeutico?

 Le problematiche possono essere diverse tra

cui disturbi dell’apprendimento,

del comportamento,

Iperattività,

ansia

o paure relative ad eventi che in quel momento la famiglia sta attraversando come adozioni, separazioni, eccetera.

Ma che significa “il gioco in terapia”?

Quali giochi si possono utilizzare con i bambini?

Ecco alcuni esempi

Immaginazioni e Favole: per i bambini l’uso dell’immaginazione è  molto utile;

raccontare o leggere favole basate su una determinata esperienza di base che serve al bambino rafforza il lavoro fatto con altre tecniche e permette al bambino di immaginarsi nella storia raccontata.

 C’è da dire che alcune tecniche che si usano per gli adulti possono essere utilizzati anche per i bambini e per altre è sufficiente adattarle con piccoli accorgimenti.

 Un esempio può essere l’adattamento della Tecnica di respirazione diaframmatica

sostituita con quella adattata denominata “palloncino nella pancia” dove si vanno a recuperare sensazioni attraverso il respiro e benessere.

 In pratica, per abbassare un respiro che può essere toracico o comunque troppo alto,

si fa immaginare al bambino di avere un palloncino nella pancia che si gonfia e si sgonfia e lo si invita a sentirlo chiudendo gli occhi e lo si aiuta tenendo una mano sulla pancia.

Una tecnica che invece viene utilizzata senza modifiche e quella delle “capriole” che aiuta a lasciarsi andare senza paura.

Il bambino si lancia sui materassi facendo capriola in avanti e indietro.

Questa tecnica, essendo già molto ludica non viene assolutamente modificata

così come quella del disegno di sè che è una tecnica in cui si invita il bambino a disegnare se stesso, poi si condivide e si commenta con lui.

Si possono utilizzare anche dei giochi o delle attività che già esistono con obiettivi specifici come ad esempio

il gioco della corda in cui si lavora sulla vitalità e sulla capacità di giocare

o il gioco dei mimi dove il bambino impara a mostrarsi senza vergogna e nel cercare di farsi capire sperimenta l’essere capiti

poi il classico gioco del girotondo: ci si muove in una direzione o nell’altra alternando sempre più velocemente finché non si finisce tutti per terra e qui si lavora soprattutto sull’allenamento del controllo.

Queste sono soltanto alcune delle tecniche che si utilizzano con i bambini

 che ho deciso di condividere in questo articolo sia per chiarire effettivamente cosa si intende per gioco all’interno del percorso clinico di un bambino,

 sia  per tranquillizzare tutti quei genitori che richiedono un intervento, un aiuto per i propri  bambini

e che temono di sovraccaricarli troppo con un percorso terapeutico o che temono che questi possano sentirsi diversi dagli altri bambini.

È importante per i genitori capire che farsi aiutare con i loro bambini non li esonera dalle loro responsabilità né  sminuisce il loro ruolo.

Non c’è giudizio nei loro confronti ma soltanto collaborazione.

 Nel lavorare con i bambini la relazione con i genitori è fondamentale.

 Il terapeuta è un alleato dei genitori in quanto il percorso che si fa ha il comune obiettivo di mettere il bambino al centro, il suo benessere, il suo sviluppo.

Quindi, le indicazioni ai genitori servono proprio a rafforzare lo scopo dell’intervento per andare nella stessa direzione

e questo è importantissimo perché i genitori sono le persone con cui vive il bambino e i suoi punti di riferimento.

A volte i genitori possono sentirsi giudicati perché quello che il bambino porta in terapia può essere il risultato di problemi familiari

o di problemi della coppia ma anche in questi casi si tratta di capire insieme qual è la reale natura del problema.

Alcuni genitori possono provare mortificazione e senso di fallimento nella necessità di portare il proprio figlio da uno psicologo

ma, parlandone apertamente, si possono risolvere velocemente queste brutte sensazioni e incomprensioni

perché è chiaro che il genitore fa di tutto per aiutare il proprio figlio

e il fatto stesso di chiedere aiuto è un indice di grandissimo amore e di intelligenza che non svaluta assolutamente,

anzi, è un passo molto importante perché il bambino non potrebbe da solo chiedere aiuto.

Qualche difficoltà infine può sorgere in caso di genitori separati e conflittuali,

in questi casi è importante ricordare che la responsabilità deve essere comunque condivisa

e che è indispensabile mettere sempre al centro il benessere del proprio bambino abbassando  i toni.

Se anche tu vivi un periodo di difficoltà con il tuo bambino/a, contattami in privato ed insieme troveremo le soluzioni giuste.

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