Approfondimenti sull’autostima

Cosa si nasconde dietro una bassa stima di sé

foto dal web

L’autostima, (una buona valutazione di sé ed un atteggiamento positivo verso sé stessi) è uno degli argomenti più trattati in psicologia.

Io stessa ne ho parlato in un precedente articolo.

 La psicologia definisce la mancanza di autostima come il frutto, il risultato di una discrepanza   tra il sé reale ed il sé ideale oppure come risultato di una discrepanza cioè una distanza tra il sé   reale e quello imperativo.

Semplificando, più quello che siamo realmente è diverso da quello che vorremmo essere o da quello che gli altri (genitori, fidanzati, amici…) vorrebbero che fossimo, e maggiore sarà la sofferenza psicologica che ne scaturirà.

Sentimenti di inadeguatezza, senso di colpa, sensazioni negative profonde per il fatto di non sentirsi mai “abbastanza”, accompagnano la persona che manca di autostima.

Da quanto detto finora già si possono fare delle considerazioni e si possono notare due cose:

Innanzitutto l’allontanamento da sé stessi, dalla propria vera natura,

in secondo luogo l’ importanza eccessiva che si dà all’altro, sia esso reale o immaginato.

 Posso rifugiarmi nell’illusione di quello che l’altro si aspetta e vuole da me oppure posso inseguire un ideale che è comunque frutto della società, senza mai raggiungerlo;

non perché io non sia capace ma perché non rispecchia la mia vera natura.

Posso sentirmi costretto/a dall’ autorità genitoriale o posso sentirmi costretto/a dall’ autorità sociale, in ogni caso non sono io, non sono veramente io.

Nella pratica clinica, in maniera trasversale alle varie disfunzioni ed alle varie problematiche per le quali mi viene chiesto aiuto, il discorso inevitabilmente cade sul conoscere sé stessi.

Ho notato nel corso degli anni che talvolta quello che, in un primo momento, poteva sembrare un problema di autostima,

qualche volta lo era in maniera marginale, ovvero quello che veramente faceva soffrire la persona era la mancanza di conoscenza di sé.

 Mi spiego meglio,

il disagio, il dolore psicologico, risultava legato ad una incapacità di conoscere sé stesso/a in maniera autentica e in un bisogno conseguente che questo riconoscimento avvenisse da parte dell’esterno, da parte degli altri.

Quindi il problema di autostima finiva per avere due ramificazioni:

o la persona in fondo sapeva di valere e quello che mancava, quello che la faceva soffrire era il fatto che ciò non venisse riconosciuto dagli altri, e quindi un qualcosa più legato al bisogno di approvazione che alla mancanza di stima di sé;

oppure la mancanza di autostima era più che altro una “definizione” (non ho autostima ecco perché…) che non corrispondeva al problema reale ovvero la mancanza di un’adeguata conoscenza di sé profonda e vera.

Nel primo caso c’è una certa solidità dell’essere, una consapevolezza di unicità quindi il focus si spostava di più sulla comprensione del bisogno di essere riconosciuto;

bisogno di riconoscimento da parte del mondo esterno e chiaramente la necessità in terapia di un ridimensionamento di questa specie di “delega” all’altro.

 Nel secondo caso, cioè quando si era di fronte ad una insufficiente conoscenza di sé, il lavoro di ricostruzione era più profondo in quanto,

 prima di poter costruire il proprio percorso di vita, di poter trasformare il mondo intorno a sé in maniera attiva,

 prima ancora di poter condannare o distruggere quel che non ci piace del nostro carattere, del nostro comportamento e che desideriamo modificare,

ebbene, prima di tutto questo dobbiamo conoscere quello che siamo.

Quello che siamo finisce per essere quello che creiamo intorno a noi.

Se non conosciamo noi stessi, il nostro modo di pensare, il perché di certi comportamenti,

se non conosciamo il contesto dei nostri condizionamenti e perché abbiamo certe credenze rispetto ai più svariati argomenti e rispetto a noi stessi, non possiamo modificare alcunché, migliorare alcunché.

Quello che siamo dentro il profondo di noi stessi si proietta al di fuori, nel mondo.

 Quello che siamo, pensiamo, sentiamo, facciamo, costruisce il mondo in cui viviamo.

Se siamo depressi, confusi, stressati, infelici, è quello che porteremo nel mondo;

 è quello con cui entreremo in relazione con gli altri, perché questo è il mondo, questa è la società, la relazione fra noi e gli altri.

E se questa relazione è alterata, è limitata dai nostri disfunzionamenti, noi proietteremo questo nel mondo.

Non è difficile capire questo ragionamento né condividerlo, suppongo.

Tuttavia quello che è importante è cominciare, è avere intenzioni serie verso sé stessi.

È a questo punto che sorge la prima difficoltà.

 Perché sebbene la maggior parte delle persone che arriva a chiedere un aiuto psicologico sia evidentemente insoddisfatta della propria vita e desideri un cambiamento,

quando si rende conto che non è una cosa che farà l’altro, in questo caso il terapeuta, ma è comunque un lavoro personale, anche abbastanza faticoso,

 può succedere che demorda o che si accontenti dei primi miglioramenti pur sapendo che potrebbe avere molto di più…

Conoscersi per come si è richiede un impegno, e, conoscere sé stessi all’interno del percorso terapeutico, richiede onestà e chiarezza di pensiero.

Onestà rispetto a quello che si è, rispetto alle parti buie, considerate negative che si riscontrano in sé stessi e

chiarezza di pensiero riguardo al riuscire a vedere quali sono le definizioni di sé dateci dagli altri che appesantiscono perché non sono veramente proprie e finiscono per coprire e confondere quello che si è.

Quindi, la comprensione senza distorsioni di quello che si è, nel bene e nel male, è una parte importante del lavoro terapeutico.

Vedere quello che c’è realmente ed eliminare quello che non c’è realmente.

Fare questo non implica soltanto un lavoro sul piano verbale cognitivo, perché i limiti della mente potrebbero essere un ostacolo.

La creatività di un percorso terapeutico con la metodologia Funzionale sta proprio nell’utilizzo di altri piani oltre a quello cognitivo,

ovvero il piano fisiologico con il ripristino di una corretta respirazione diaframmatica,

 il piano posturale che comprende tutta una serie di movimenti, ben calibrati sulla persona, che generano delle sensazioni corporee ben precise,

e il piano emotivo, quello legato alla sfera dei sentimenti e delle emozioni.

La comprensione di sé passa dal percepire sé stessi in tutti i quattro piani sopracitati che complessivamente portano ad una maggiore conoscenza, ad una conoscenza più dettagliata, più profonda.

Siamo tutti spaventati all’ idea di non poter essere nulla, perché tutti vogliamo essere qualcuno, e troppo spesso non comprendiamo, non realizziamo il miracolo che già siamo.

Lascia un commento