Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini: storia di un abuso
L’uomo con la bombetta (1964) di René Magritte
L’uomo con la bombetta un volto ce l’ha anche se nascosto da un colomba.
Secondo l’artista l’invisibile è sotto gli occhi di tutti ma da tanti non viene notato.

 

Nella cultura orientale si chiama Satori, quando cioè ti si apre la mente e una improvvisa consapevolezza vi penetra, facendo luce. All’improvviso quello che spaventava diventa un ricordo.

È una sensazione forte, come se dentro di te dicessi “ho capito, finalmente!

Ci sono due modi sostanzialmente per risalire i gradini della consapevolezza: uno è il Kensho praticamente un processo graduale di crescita in cui si arrivare a capire delle cose attraverso le esperienze dolorose (un fallimento, un problema di salute, una relazione che finisce), e l’altro è il Satori appunto.

Meglio il secondo, dirai tu. Lo penso anch’io, ma non è una cosa che possiamo decidere noi, e nella storia che sto per raccontarti, ci stanno un po’ tutti e due.

Elena racconta “… è stata una donna importante nel mio percorso di crescita personale e professionale, a pronunciare queste parole: – tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini! – Non so se le avesse lette o sentite da qualche parte; non so se le avesse partorite la sua esperienza o la sua sensibilità o consapevolezza, oppure se stesse citando qualcuno.

Onestamente non mi interessa saperlo. So solo che furono devastanti, in modo positivo; aprirono uno squarcio. Forse avevo bisogno di sentirmi dire da qualcuno importante per me, che non era colpa mia… e che anche se ero stata stupida e sconsiderata, non era colpa mia…

La osservo e non c’è agitazione in lei, anche se capisco che sta per raccontarmi qualcosa di forte. Né la sua voce, né il suo sguardo, né tantomeno la sua espressione appaiono turbati. È una cosa che ha risolto…definitivamente archiviato. Ma non dimenticato ovviamente e da cui sembra trarre forza.

Quel pomeriggio d’estate di orami 26 anni fa (avevo 13 anni), ero con i miei amici metallari e le loro pseudo-fidanzate! – ride – ebbene sì! La stessa persona tutta elegante che vedi adesso, ha avuto una – brevissima – esperienza di vocalist in un gruppo metal di quartiere! – questa insolita e buffa immagine di lei alleggerisce l’atmosfera.

Continua “era sabato sera, me lo ricordo perchè avevo il permesso di rincasare alle 22:30; all’epoca per me significava una sola parola: liberta!

Entrammo in un bar. C’erano solo il titolare e un uomo sulla trentina che parlava con lui.

Quasi subito quest’ultimo, incoraggiato anche dal sorrisetto compiaciuto del titolare, comincia a fare apprezzamenti su noi ragazze. Ci invita a fare un giro con lui… non mi ricordo cosa ho pensato in quel momento… so solo che ho detto di sì.

Vedi… le persone che frequentavo in quel periodo, erano molto diverse da me, solo che all’epoca io pensavo di essere molto diversa da loro… da chiunque per la verità.

Nonostante mi sforzassi di essere come loro, sembrava sempre che non andassi bene, come una nota stonata, e loro se ne accorgevano più e meglio di me, per cui mi snobbavano un pò… voglio dire so perfettamente che se una sera non fossi uscita nessuno di loro avrebbe sentito la mia mancanza.

Ma io avevo bisogno di quel gruppo, mi sentivo profondamente sola, profondamente incompresa come molti a quell’età, profondamente diversa.

Al mio sì i miei amici mi guardarono con occhi sgranati e poi si guardarono tra di loro, ma nessuno mi disse nulla… o forse una sola persona mi disse “sei sicura?” e io “si”.

Una sensazione di fierezza mi attraversò da testa a piedi… li avevo stupiti! Non si aspettavano che fossi tanto audace, disinvolta come loro… emancipata come loro!

Loro erano dei ragazzi ribelli, in perenne conflitto con le loro famiglie e pareva facessero quel cavolo che volevano… io no, insomma io ero ubbidiente… ho sempre temuto mia madre e non ho mai avuto il coraggio di oppormi a lei, anche quando era palesemente ingiusto il suo comportamento nei mie confronti o le sue richieste.

Certo loro non potevano saperlo, ma a me pareva che in qualche modo l’avessero intuito e per questo mi trattavano sempre con sufficienza, come per dire – tu non puoi capire.

In pratica se ne andarono. Io non avevo paura, la baldanza non mi aveva lasciata ancora. Lo ricordo perfettamente, non avevo paura, insomma perché avrei dovuto?

Forse non mi crederai, ma io, – che a stento avevo dato il primo bacio un anno prima -… non avevo capito…eppure li sentivo i telegiornali, certe storie…, conoscevo tutte le raccomandazioni… ma in quel momento io non avevo capito… forse perché non avevo la percezione del pericolo in quel momento… veramente non saprei come altro spiegartelo.”

Fa una lunga pausa, sembra non essere più lì con me. Poi riprende:

Era ben vestito, tipo rappresentante. Pantaloni grigi di taglio classico e camicia azzurra, scarpe nere, non molto alto, castano.

Aveva una collanina d’oro al collo con un ciondolo che rappresentava il segno zodiacale della bilancia. Un orologio d’acciaio al polso e nessun anello.

Mi ricordo tutti questi particolari eppure, per quanto mi sforzi o mi sia sforzata, anche dopo poco tempo dall’accaduto… non riesco a ricordare il suo volto… ho letto da qualche parte che succede spesso, una specie di meccanismo di difesa.

Non so se sia stato un bene o un male, ma poco importa tanto non l’ho detto e non lo avrei detto a nessuno.

Entrammo nel parco che si trovava alle spalle del bar e subito sotto, dove c’erano i garage degli appartamenti. Prima di capire… di capire veramente cosa mi stesse accadendo, mi successe una cosa strana: all’improvviso non sentivo niente. Nel senso che il mio corpo era completamente diventato insensibile.

La cosa ancora più strana è che io mi rendevo conto di dove ero, di cosa stava succedendo e mi rendevo conto e mi stupivo del fatto che io proprio non sentivo… voglio dire lui faceva ma io le sue mani non le sentivo!

Non so esattamente quanto è durato, non credo molto comunque.
So solo che ad un certo punto l’ho spinto via e ho detto che me ne volevo andare.
Lui ha insistito appena, poi ha detto “ok”.

Sono corsa via mentre riprendevo padronanza del mio corpo e tornavo a sentire, a sentirmi.

La prima emozione che ho provato è stata la mortificazione, quando, non so come, dovendo per forza ripassare danti al bar, me lo sono ritrovato alla mia destra che mi faceva segno con il dito facendolo ruotare “torna domani”; il barista sorrideva beffardo.

Quando sono tornata a casa i miei non erano ancora rincasati per fortuna. Doccia lunga e via a letto.

Non ho pianto molto per la verità, giusto un po’ per sciogliere la tensione. Non ho creduto di doverlo fare perché avevo realizzato una cosa: me l’ero andata a cercare.

Era tutta colpa mia. Ero una stupida che aveva fatto una cosa stupida.

Per fortuna il giorno dopo gli amici del gruppo non mi chiesero niente. Nessun accenno, nessun vago riferimento, men che meno domande esplicite. Penso non gliene fregasse un gran che.

Dopo anni ho scoperto che quello che mi era successo durante… era un meccanismo estremo di difesa di tipo psicotico che si chiama dissociazione: Il mio corpo aveva tagliato i ponti alle sensazioni che a loro volta avevano tagliato la comunicazione con le emozioni e quindi con i pensieri correlati.

Sono dovuta impazzire per qualche minuto per proteggermi!

Una cosa però era rimasta: il senso di colpa.

Un immenso, gigantesco, senso di colpa e la consapevolezza che sarebbe potuta finire anche peggio.

Finchè non me lo ha detto lei… spazzando quel macigno dall’anima, io non ci avevo mai pensato! Lui non avrebbe dovuto adescarmi perché era un adulto e io una bambina, ma anche il barista era un adulto. Ha visto, ha capito, ha saputo e non è intervenuto, non lo ha fermato, non ha fatto niente per impedire che accadesse l’irreparabile.

Strano… il suo ruolo non lo avevo mai considerato finchè quelle parole mi diedero una visione più ampia di quello che era successo… tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini… ed io lo ero… una bambina, e non lo sono stata mai più.”

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